Recensione svedese per la Compagnia dei Rifugiati 01/05/2011

Recensione svedese per la Compagnia dei Rifugiati

Direttamente dalla Svezia, dalla quale la Compagnia dei Rifugiati è appena tornata, ecco la bella recensione dello spettacolo che ha chiuso la settimana di scambi con la NBV Study Associatione.

"Un’esperienza bruciante. A cosa sto assistendo? A un dramma, una performance, teatro di narrazione, teatro sociale? Qui i giovani, le culture e i continenti si incontrano. Giovani che ringrazio per essere arrivati, con la loro forza inarrestabile, fino a uno dei punti più lontani d’Europa - Skellefteå. Per confrontarsi. Per guardarsi gli uni con gli altri. Per raccontarsi a vicenda la propria storia. Mi sarebbe piaciuto avere qualche anno di meno. Per partecipare attivamente e non essere semplicemente uno spettatore. Per poter recitare insieme a Kalasklanen, Vilhelmina Youth e all’ ITC Teatro di Bologna. Viene usato un classico come struttura, il Candido o l’ottimismo di Voltaire. Poteva essere una missione impossibile, ma funziona. L’opera filosofica costituisce le fondamenta del progetto e la sua cornice. Nel corso di quattro intensi giorni hanno condiviso esperienze e ricordi. Hanno trovato modi nuovi per esprimere gioia e dolore. Hanno permesso a se stessi di essere saggi e unici. Di fare parte di una collettività. In un breve lasso di tempo hanno vissuto molte vite. Il quarto giorno hanno messo tutto questo in uno spettacolo, della durata di un’ora, di fronte ad un pubblico. Torno indietro con la memoria al 1987 quando il reverendo Dackenberg aprì la sua chiesa al teologo e danzatore Ragnhild Grdal, che con la sua performance Sult (inedia) metteva in scena la fame nel mondo. La fame e l’orrore erano chiaramente rappresentati. Noi eravamo seduti nel tepore confortevole della platea senza la volontà o la possibilità di intervenire. Qui si hanno le stesse sensazioni. Alcuni tra gli spettatori hanno provato una forte sensazione di essere in fuga. Ansia sale in superficie. La separazione da famiglia e amici. Trafficanti di essere umani. Il caldo, il fiato corto, il buio sottocoperta. Amici perduti lungo la strada o rimandati indietro. Ora gli attori irrompono tra il pubblico. Noi non siamo preparati. Non ci viene dato il tempo di alzare barriere di protezione. Una giovane congolese ti rovescia addosso la sua storia. Dopo di lei c’è un ragazzo afgano, implorante. Dopo ancora un dramma colombiano. Ti colpisce. In pieno stomaco. Dritto al cuore. Senza lasciarti via d’uscita. E tutto il tempo ci sono le valigie. Borse piene degli ultimi averi. Borse che si trasformano in macigni che schiacciano. In macerie. Trascinano gli esausti viaggiatori lontano da un barcone che sta affondando, stipato di corpi. La zattera della Medusa! Le valigie innalzano un muro. Un insormontabile muro di profughi. Un altro flashback: tre ottobre 1945. Quindici giorni prima del mio quarto compleanno, 240 bambini erano radunati a Östbanen (la stazione) ad Oslo. Stringendo con forza la mia valigia, sono stato messo su un treno per Stoccolma. Nelle vostre stesse parole voi lo riassumete:”Sono stato parte di qualcosa che ha lasciato negli altri un’impressione che dura nel tempo. E’ bellissimo essere stati capaci di fare una cosa del genere. ---- Dentro di me è successo qualcosa. Mi sento potente e ho vissuto così tanto amore. Il nostro gruppo si potrebbe chiamare ‘Amore’!!--- Possiamo dimostrare l’importanza di valicare le frontiere per incontrarsi. Che tutti noi abbiamo bisogno l’uno dell’altro.--- Questa è la prima volta che abbiamo avuto l’opportunità di creare qualcosa di vero.” Rosemarie Lindfors, una delle guide: “Ho visto 18 giovani che si sono gettati nella narrazione anima e corpo. Con risate e lacrime. Ancora una volta ho provato cosa vuol dire quando sei coinvolto in un processo, in cui ognuno è un importante pezzo del puzzle. Grazie Elina, Nimer, Parvez, Rebecka e tutti gli altri! Non vediamo l’ora di assistere a nuovi spettacoli. I titoli di coda scorrono “Continua nella prossima puntata!”. Harald Larsen

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